Ci sono stati uomini che ci avrebbero scommesso.
Che le cose di cui abbiamo bisogno sono racchiuse in due mani e che le dita possono numerare ciò che naturalmente il nostro corpo può accogliere, perchè non sia troppo più secco o troppo più umido, troppo aderente o troppo svasato, troppo complesso per quello che deve entrare. Pensieri, ricordi, evocazioni, i non detti, i non fatti, gli echi, il rumore eccessivo o l'eccessivo silenzio. E' tutto tollerabile fino a dieci dita.
Oltre, c'è il caso. O, peggio ancora, il non senso. Il - non - senso.
Oltre le dieci dita c'è l'ostinazione di un viaggiatore, che, tradendo la sua natura e il suo naso, si siede su una valigia troppo piena, fino a chiuderla. A stento, però.
Oltre le nostre dieci dita c'è la superbia di credere che niente ci possa attraversare come un treno e che le vene siano un particolare e non il segno pulsante che apparteniamo alla terra e che anche la nostra mente, se per una volta vuole farsi comprendere, deve avere lo stesso ritmo del sangue.
E allora, a palmi spalancati, ecco le mie dieci dita:
(continua)
