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lunedì, 30 aprile 2007

Dice Pablo Neruda: "Accadde un giorno... la poesia venne a cercarmi".

Non so chi diavolo avrà dato il mio indirizzo.

D'estate, poi, non vivevo nella stessa casa che ospitava me e la mia famigliola il resto dell'anno, in un delizioso quartiere residenziale dai piccoli giardini e dalle grandi finestre.

D'estate, mi toglievo il grembiule stirato per diventare un gattino randagio, impolverato e con le unghie rotte, che non tornava a casa prima del tramonto. O prima di essersi spaccato una zampa, e accadeva molto spesso. Allora sentivo il bisogno si stropicciarmi su mia madre e di asciugare sul suo petto tutti i singhiozzi di quel grandioso ed eroico pomeriggio.

D'estate mi è rimbalzato addosso, tra la matita e la fronte, l'aggettivo "singolare" e ho iniziato "a scrivere", semplicemente. Tac. Un pomeriggio, normalissimo e neanche troppo caldo, nella mia stanza.

Mia madre non credeva fossi stata io, quando, chiamandola con la solita cantilena, invece di trovare chissà quale nuovo bernoccolo, trovò me e quelle quattro righe storte.

"Cosa significa "singolare", ale, dove lo hai letto?"

In realtà non lo sapevo: chi fosse mai stato a parlarmi o se, magari, avessi sognato. E neanche lei lo sapeva ancora, ma quell'aggettivo apparso all'improvviso nella testa di una bambina di sette anni aveva acceso la miccia di un vero e proprio delirio. 

Davanti a me adesso iniziavano a schiudersi mari di parole, oceani di parole, fiumi smeraldo in piena, croscianti e rumorosi di pesci giganti e lucidi. E io, beata e potente, a galleggiare come una stella, alla scoperta della segreta dolcezza che ogni sillaba dava al mio palato, svelandomi la realtà e il nome delle cose.  La delizia delle rime baciate che univano "fiore" e "stupore" e "mangiare" e "scappare", i mazzi di virgole, i puntini di sospensione come molla per saltare più in alto. Respiravo tra matite e penne l'eccitante terrore del primo uomo davanti alla tomba di un faraone, io, Icaro, con quattro fogli ruvidi da disegno e un rotolo di scotch stavo volando più su, più su, più su.

Poi il suono delle parole si è fatto sempre così assordante e assoluto che non l'ho più sentito.

Erri dice che la scrittura diventa nostra quando la mano e la mente riescono a viaggiare con la stessa velocità. Altrimenti quell'aggettivo, "singolare", o qualsiasi altra parola che sia venuta a cercarci, iniziandoci, non ha alcun valore.

E quando questo finalmente avviene, avviene finalmente la scrittura.

"Prosa poetica", la chiama Erri, o righe "che vanno troppo spesso a capo", e così facendo  nomina ogni mio più intimo movimento interiore.

Ma questa è un'altra storia.


postato da: nannamo alle ore 15:23 | link | commenti (12)
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giovedì, 26 aprile 2007

Il colore viola

Tutto è iniziato da un libro viola e da una rondine spiaccicata sulla copertina.

Secondo la teoria del colore, il viola nasce dall'unione del blu e del rosso. O meglio, del turchino e del rosso. In pratica, una sorta di edulcorante nella guerra tra forze emotive contrastanti, il blu dei nervi e il rubino del sangue. Il blu del senso e il rosso del sentito. Il blu dell'ordine, del posto giusto al momento giusto, del golf che va bene in tutte le stagioni. E il rosso del Prova a Prendermi, dell'esistere anche senza forma, del potere autorevole senza autorità.

E dopo volute,  giri, colpi dati sulla tela e ancora giri, all'improvviso, estenuato,  il silenzio. Un silenzio viola.

Secondo qualcuno, dentro il viola c'è Dio.

C'è chi sostiene che le persone speciali che camminano su questa terra abbiano un'aura viola. Un contorno livido che si vede, se si strizza bene lo sguardo, quando la giornata è particolarmente tersa. E il cielo trasparente.

Da piccola avevo un temperino viola coi brillantini e ci appuntivo le matite. E ci metterei un po' a descrivere la bellezza  di un minuscolo vasetto di viole, che guarda fuori, da una finestra accesa.

E so che tutto è iniziato da un libro. Un libro viola. E da una rondine spiaccicata sulla copertina.

Dalla "surreale" storia  un uomo che, per combattere la sua sofferenza, diventa un sicario e uccide su commissione perfetti sconosciuti con la stessa ferocia con cui ha ucciso le sue più intime emozioni.

E se questo dolore deve proprio essere vissuto, voglio smettere di "sentire", per un po'.

"Alla mia sofferenza si aggiungeva la vergogna della sofferenza. Per impedirmi un simile dolore, mi strappai il cuore. Un'operazione semplice, ma poco efficace. Il dolore che mi aveva assediato dilagava ovunque, sotto la pelle e sopra, negli occhi, nelle orecchie. I miei sensi mi erano nemici e non la smettevano di ricordarmi quella stupida storia.

Decisi allora di uccidere le mie sensazioni... Fu un suicidio sensoriale, l'inizio di una nuova esistenza..."

( Amélie Nothomb, Diario di rondine, Voland)

 


postato da: nannamo alle ore 22:06 | link | commenti (7)
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