
dilegua, o notte,
tramontate, stelle,
aprite le mie mani
premute sul viso,
fate capolino
e guardate.
Grazie a Mr Luciano Pavarotti per averci donato il privilegio di conoscere
il valore di un canto libero

" potrei parlare
discutere
stringere i denti
sorridere
mentire infinitamente
dire e ridire inutilità
mostrare falsa, ipocrita serenità
quando le parole si ribellano
favole
fiumi e mari di perplessità
non c'è una ragione
per non provare
quello che sento
dentro
un cielo immenso
dentro. "
... poi, all'improvviso, un senso di bellezza. Mi ha dischiuso le mani dal viso. Ed è uscita un po' di terra dagli occhi.
Adesso questa bellezza è davanti a voi.


Chiedo un favore.
So che un favore è un favore, ma comprendo anche che non è mai corretto strappare un "sì" prima ancora di raccontare di cosa esattamente si tratti.
Il fatto è che ho un piccolo dolore da sopportare, un ago acuto e preciso nel lobo, un dolore quotidiano e profondo quanto il torsolo di una mela marcia.
Ho bisogno di accoglierlo in pace e di affrontarlo senza il libretto di istruzioni. Ho deciso di dare a questo mio piccolo compagno lo spazio che merita, perchè cresca e poi sfiorisca, perchè duri il suo ciclo naturale.
Non voglio sopprimerlo. Non voglio scacciarlo.
Voglio che si consumi, si esaurisca. Voglio che, giorno per giorno, mi riscopra un terreno arido, per non tornare mai più.
Voglio che il mio dolore si stanchi di me.
E allora, il favore è di aspettare. Chiunque abbia voglia di farlo.
Aspettarmi finchè avrò finito la mia tazza di tè, con i piedi che accarezzano l'erba.
D'altra parte, ho ancora tutto in punto di dita.
Ci sono stati uomini che ci avrebbero scommesso.
Che le cose di cui abbiamo bisogno sono racchiuse in due mani e che le dita possono numerare ciò che naturalmente il nostro corpo può accogliere, perchè non sia troppo più secco o troppo più umido, troppo aderente o troppo svasato, troppo complesso per quello che deve entrare. Pensieri, ricordi, evocazioni, i non detti, i non fatti, gli echi, il rumore eccessivo o l'eccessivo silenzio. E' tutto tollerabile fino a dieci dita.
Oltre, c'è il caso. O, peggio ancora, il non senso. Il - non - senso.
Oltre le dieci dita c'è l'ostinazione di un viaggiatore, che, tradendo la sua natura e il suo naso, si siede su una valigia troppo piena, fino a chiuderla. A stento, però.
Oltre le nostre dieci dita c'è la superbia di credere che niente ci possa attraversare come un treno e che le vene siano un particolare e non il segno pulsante che apparteniamo alla terra e che anche la nostra mente, se per una volta vuole farsi comprendere, deve avere lo stesso ritmo del sangue.
E allora, a palmi spalancati, ecco le mie dieci dita:
(continua)
" non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di
tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade ho troppa stanchezza sulle spalle ".
Vorrei soltanto percepire un po' di più. E scovare parole non ingannevoli con il mozzicone della mia candela.
Neanche troppo infondo, siamo tutti così bravi a parlare. E a scrivere. Ma per noi stessi. E per vanità di vanità. Di vanità.
Perchè scrivere non sia una pancia da riempire di tutto e subito, con acqua e mele spolpate, per fame di nervi. E senza essersi lavati le mani.
Che l'arte di saper tacere è tutta da ascoltare. Che tacere significa ammettere, una buona volta di non aver parole.
Che per fortuna certe cose, ancora, non si riescono a nominare.
( Per l'intro, mr Giuseppe Ungaretti, Natale )

"Ossa delle mie ossa.
La memoria fisica inciampa nelle porte che la mente ha cercato di serrare."
PIEDE: SEGMENTO DISTALE DELL'ARTO INFERIORE DEL CORPO UMANO
Il dorso, il collo, la pianta del -; avere piedi grandi, piccoli; piatto, torto, equino; fig. pop. Piedi dolci, delicati/ Camminare in punta di -, per non fare rumore/ Darsi la zappa sui-, danneggiarsi da sè volendo danneggiare gli altri/ Andare con leali ai piedi, correre con grande velocità.
Ho piedi da ballerina. Piccoli, ossuti. Affusolati, sottili. Dita intatte, unghie tonde come chicchi di riso. Sono la bella base di una colonna storta, su cui si accatastano in goffo equilibrio tibie torte, ginocchia valge e capillari. Fin da piccola, si offrivano a questi piedi di principessa, le più preziose scarpine del regno, vezzose come carillon, babbucce di nastri e perle che stringevano le ossa ben disegnate dalla punta al tallone.
Ho tolto le scarpe per camminare scalza. Sulla terra, sull'erba, sulla sabbia, sui sassi, ho imparato a riconoscere linee e direzioni. Ma le frecce non indicano necessariamente una rotta, allora ho anche imparato a perdermi, roteando sulle punte. Perchè la rotta poteva essere dentro. Perchè volevo continuare a camminare e a pensare che qualcuno sarebbe venuto a cercarmi. E i miei piedi, i miei fratelli, hanno abbracciato per me tutte le cose, hanno graffiato i sentieri lasciando solchi di matita per chiunque volesse annusare i miei passi.
Con dita aperte al vento, ho sentito il respiro delle cose, che si arricciava tiepido tra indice e mignolo.
I miei piedi sono la meravigliosa misura del mondo. La distanza colmata tra me e l'equatore, tra me e i campi di lavanda, tra me e chi amo, tra me e ciò che può accadere.
E' tutto a un palmo di piede.
( Citazione "intro": J. Winterson, Scritto sul corpo, Mondadori)
Dice Pablo Neruda: "Accadde un giorno... la poesia venne a cercarmi".
Non so chi diavolo avrà dato il mio indirizzo.
D'estate, poi, non vivevo nella stessa casa che ospitava me e la mia famigliola il resto dell'anno, in un delizioso quartiere residenziale dai piccoli giardini e dalle grandi finestre.
D'estate, mi toglievo il grembiule stirato per diventare un gattino randagio, impolverato e con le unghie rotte, che non tornava a casa prima del tramonto. O prima di essersi spaccato una zampa, e accadeva molto spesso. Allora sentivo il bisogno si stropicciarmi su mia madre e di asciugare sul suo petto tutti i singhiozzi di quel grandioso ed eroico pomeriggio.
D'estate mi è rimbalzato addosso, tra la matita e la fronte, l'aggettivo "singolare" e ho iniziato "a scrivere", semplicemente. Tac. Un pomeriggio, normalissimo e neanche troppo caldo, nella mia stanza.
Mia madre non credeva fossi stata io, quando, chiamandola con la solita cantilena, invece di trovare chissà quale nuovo bernoccolo, trovò me e quelle quattro righe storte.
"Cosa significa "singolare", ale, dove lo hai letto?"
In realtà non lo sapevo: chi fosse mai stato a parlarmi o se, magari, avessi sognato. E neanche lei lo sapeva ancora, ma quell'aggettivo apparso all'improvviso nella testa di una bambina di sette anni aveva acceso la miccia di un vero e proprio delirio.
Davanti a me adesso iniziavano a schiudersi mari di parole, oceani di parole, fiumi smeraldo in piena, croscianti e rumorosi di pesci giganti e lucidi. E io, beata e potente, a galleggiare come una stella, alla scoperta della segreta dolcezza che ogni sillaba dava al mio palato, svelandomi la realtà e il nome delle cose. La delizia delle rime baciate che univano "fiore" e "stupore" e "mangiare" e "scappare", i mazzi di virgole, i puntini di sospensione come molla per saltare più in alto. Respiravo tra matite e penne l'eccitante terrore del primo uomo davanti alla tomba di un faraone, io, Icaro, con quattro fogli ruvidi da disegno e un rotolo di scotch stavo volando più su, più su, più su.
Poi il suono delle parole si è fatto sempre così assordante e assoluto che non l'ho più sentito.
Erri dice che la scrittura diventa nostra quando la mano e la mente riescono a viaggiare con la stessa velocità. Altrimenti quell'aggettivo, "singolare", o qualsiasi altra parola che sia venuta a cercarci, iniziandoci, non ha alcun valore.
E quando questo finalmente avviene, avviene finalmente la scrittura.
"Prosa poetica", la chiama Erri, o righe "che vanno troppo spesso a capo", e così facendo nomina ogni mio più intimo movimento interiore.
Ma questa è un'altra storia.
Tutto è iniziato da un libro viola e da una rondine spiaccicata sulla copertina.
Secondo la teoria del colore, il viola nasce dall'unione del blu e del rosso. O meglio, del turchino e del rosso. In pratica, una sorta di edulcorante nella guerra tra forze emotive contrastanti, il blu dei nervi e il rubino del sangue. Il blu del senso e il rosso del sentito. Il blu dell'ordine, del posto giusto al momento giusto, del golf che va bene in tutte le stagioni. E il rosso del Prova a Prendermi, dell'esistere anche senza forma, del potere autorevole senza autorità.
E dopo volute, giri, colpi dati sulla tela e ancora giri, all'improvviso, estenuato, il silenzio. Un silenzio viola.
Secondo qualcuno, dentro il viola c'è Dio.
C'è chi sostiene che le persone speciali che camminano su questa terra abbiano un'aura viola. Un contorno livido che si vede, se si strizza bene lo sguardo, quando la giornata è particolarmente tersa. E il cielo trasparente.
Da piccola avevo un temperino viola coi brillantini e ci appuntivo le matite. E ci metterei un po' a descrivere la bellezza di un minuscolo vasetto di viole, che guarda fuori, da una finestra accesa.
E so che tutto è iniziato da un libro. Un libro viola. E da una rondine spiaccicata sulla copertina.
Dalla "surreale" storia un uomo che, per combattere la sua sofferenza, diventa un sicario e uccide su commissione perfetti sconosciuti con la stessa ferocia con cui ha ucciso le sue più intime emozioni.
E se questo dolore deve proprio essere vissuto, voglio smettere di "sentire", per un po'.
"Alla mia sofferenza si aggiungeva la vergogna della sofferenza. Per impedirmi un simile dolore, mi strappai il cuore. Un'operazione semplice, ma poco efficace. Il dolore che mi aveva assediato dilagava ovunque, sotto la pelle e sopra, negli occhi, nelle orecchie. I miei sensi mi erano nemici e non la smettevano di ricordarmi quella stupida storia.
Decisi allora di uccidere le mie sensazioni... Fu un suicidio sensoriale, l'inizio di una nuova esistenza..."
( Amélie Nothomb, Diario di rondine, Voland)